Colpevole di tutte le accuse. Questo è il verdetto raggiunto dalla giuria nei confronti di Derek Chauvin, l’agente di polizia che ha ucciso George Floyd a Minneapolis lo scorso 25 maggio. Chauvin era accusato di omicidio colposo (manslaughter), omicidio di terzo e secondo grado, che prevedono pene rispettivamente fino a 10, 25 e 40 anni di carcere.

In seguito all’annuncio del verdetto, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha parlato con la famiglia di Floyd per esprimere il proprio supporto.

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I manifestanti apprendono il verdetto a Minneapolis © Brandon Bell/Getty Images

Come è andato il processo

Il processo State of Minnesota vs Derek Michael Chauvin è iniziato lo scorso 29 marzo, circa dieci mesi dopo la morte di Floyd. Chauvin si era dichiarato “non colpevole” per tutte le accuse e non ha partecipato alle udienze.

L’accusa ha presentato 38 testimoni, tra cui diverse persone che hanno assistito direttamente allo scontro tra Chauvin e Floyd. “Era sbagliato, stava soffrendo” ha affermato Darnella Frazier, la ragazza – minorenne al tempo dei fatti – che mentre accompagnava il cugino al supermercato ha registrato il video in cui Chauvin preme il ginocchio sul collo di Floyd per 9 minuti e 29 secondi. “Ho avuto l’impressione che lui sapesse… che era finita. Era terrorizzato” ha aggiunto.

Al contrario, la difesa rappresentata dall’avvocato Eric Nelson ha descritto la scena rappresentando Chauvin come la persona realmente in pericolo, circondato da una folla che diventava man mano sempre più ostile. Genevieve Hansen – vigile del fuoco fuori servizio che ha assistito alla scena e chiesto più volte di poter aiutare Floyd, senza che le fosse mai stata data autorizzazione – ha però risposto a Nelson senza mezzi termini: “Non so se lei ha mai visto qualcuno morire, ma è un’esperienza traumatica”.

Il capo della Polizia di Minneapolis, Medaria Arradondo, ha testimoniato affermando che il comportamento di Chauvin nei confronti di Floyd non rispetta “in alcun modo, forma, o sfumatura” le regole del dipartimento. “Non rientra nel nostro addestramento, e dice certo non rientra nei nostri valori etici”. Secondo Arradondo, le azioni Chauvin averebbero potuto essere giustificabili nei primi momenti dell’incontro, ma quando Floyd ha smesso di porre resistenza il poliziotto “avrebbe dovuto interrompere”.

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Proteste a Minneapolis durante il processo contro Derek Chauvin © Stephen Maturen/Getty Images

Barry Brodd – esperto in materia di uso della forza da parte della polizia – ha invece testimoniato per la difesa affermando che Chauvin ha agito in modo legittimo e ragionevole, “seguendo le indicazioni fornite dal Dipartimento di polizia di Minneapolis”. Brodd ha però ammesso che la pressione esercitata sul collo della vittima “potrebbe essere considerata un esempio di uso della forza”.

Una tra le tesi principali avanzate dalla difesa sostiene che Floyd sia morto a causa di problemi di salute preesistenti e dell’uso di droghe. David Fowler, patologo forense ora in pensione, ha infatti affermato che la causa di morte potrebbe essere stata una “improvvisa aritmia” causa dalle problematiche di arteriosclerosi e ipertensione di cui Floyd soffriva. L’uso di “fentanyl e metanfetamine” avrebbe peggiorato la situazione.

Jonathan Rich, cardiologo presso il Nothwestern Memorial Hospital di Chicago, ha invece testimoniato per l’accusa sostenendo che Floyd sia morto a causa di un arresto cardiopolmonare causato dalla mancanza di ossigeno, una conseguenza della costrizione delle vie respiratorie a cui è stato soggetto. La stessa conclusione è stata raggiunta da Andrew Baker, il medico legale della Contea di Hennepin, dove si sono svolti i fatti.

Le proteste a Minneapolis

Nel corso del processo la città di Minneapolis è stata il centro di una serie di proteste e manifestazioni organizzate, tra gli altri, dai sostenitori del movimento Black Lives Matter. In via precauzionale, l’area del tribunale in cui si è svolto il processo è stato recintata con barriere temporanee in cemento e filo spinato.

La situazione è diventata particolarmente tesa in seguito alla morte di Daunte Wright, ragazzo afroamericano ucciso l’11 aprile nell’area a Brooklyn Center, nel nord della città. Wright è stato colpito da un colpo di pistola sparato dall’agente di polizia Kimberly Potter, che aveva fermato il ragazzo per una violazione del codice della strada. Potter sostiene che non intendeva sparare a Wright, ma ha scambiato per errore il taser con la pistola.

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Proteste a Minneapolis in seguito alla morte di Daunte Wright © Brandon Bell/Getty Images

Poco dopo il fatto centinaia di persone si sono riunite per protestare contro l’ennesimo caso di violenza da parte della polizia nei confronti della comunità afroamericana, causando scontri tra forze dell’ordine e manifestanti.

A Minneapolis, molti negozi e ristoranti hanno coperto le proprie vetrine con pannelli in legno per prevenire eventuali danni causati da ulteriori proteste. In seguito alla morte di Floyd, infatti, le manifestazioni hanno causato danni da milioni di dollari per i commercianti, già in difficoltà a causa della pandemia di coronavirus.